Il pensiero positivo

Generalmente con l’espressione pensiero positivo si intende la capacità di assumere un atteggiamento fiducioso ed ottimistico nella vita quotidiana, concentrandosi soprattutto su ciò che possiamo realizzare, su come risolvere i problemi che ci troviamo ad affrontare, invece di commiserarci.

Il raggiungimento di una concezione positiva delle proprie esperienze di vita dipende da vari fattori: gli obiettivi che ci prefissiamo, l’assunzione di un atteggiamento fiducioso, la consapevolezza delle risorse di cui disponiamo, il saper evitare standard di giudizio troppo elevati, che potrebbero far nascere varie forme di delusione e persino sensi di colpa.

Tutto ciò attiene alla sfera comportamentale, quella parte del pensiero umano che riguarda l’etica, ossia il corretto agire dell’uomo in relazione ai principi e ai fini che egli persegue. Nel corso della storia sono state elaborate varie concezioni,  sia filosofiche che religiose, concernenti la moralità dell’agire umano, che spesso hanno creato divieti e limitazioni nella libertà di azione nell’ambito delle diverse comunità di appartenenza, con precetti che poi portavano a severe condanne, da espiare a volte con metodi assai crudeli. In qualche modo il pensiero positivo rappresenta il tentativo di affrancarsi da quello stato di oppressiva soggezione, guardando alla vita come ad un’opportunità invece di considerarla una ‘valle di lacrime’.

Considerando lo sviluppo della civiltà occidentale è possibile individuare diversi esempi, anche contrapposti, di etica comportamentale, desumendoli dal mondo classico. Da un lato pensiamo alla dottrina dell’epicureismo, che indicava nel piacere il fine principale della vita senza porre alcun limite al di fuori della volontà individuale (“tutto ciò che piace è lecito”); dall’altro  troviamo la morale intransigente di molte religioni evolute, spesso fatta di comandamenti espressi in forma negativa o coercitiva (“non dire il falso, non commettere atti impuri, non desiderare la donna altrui, ricordati di fare questo o quello”, ecc.). È evidente che il porre troppo l’accento su ciò che è proibito ha prodotto l’effetto di enfatizzare gli istinti più perversi dell’animo umano, spesso  creando spinte fortemente trasgressive.

Nel corso della civiltà umana, in particolare quella del mondo occidentale, possiamo rilevare diverse tappe in cui l’uomo ha fortemente cercato di rompere le catene dell’oppressione che condizionavano la sua libertà di azione. Ne ricordiamo le più importanti, osservando come nel Medioevo il modello comportamentale di vita terrena sostenuto dalla chiesa, allora onnipotente, era la rinuncia in vista di una ricompensa nella vita celeste. È solo nel Cinquecento con il Rinascimento che si constata la volontà dell’uomo di diventare “padrone del proprio destino”, conoscendo, sperimentando, realizzandosi nel mondo dei vivi. Due secoli dopo sarà l’Illuminismo a ripudiare il misticismo e la morale religiosa, esaltando la ragione contro l’ignoranza e la superstizione, nella convinzione che seguendo i dettami del buon senso si potessero migliorare le sorti di tutta l’umanità.

Dopo il Romanticismo, contraddistinto da visioni tristi e fin troppo pessimistiche, nella seconda metà dell’Ottocento troviamo il Positivismo, che invece esaltava lo studio delle scienze positive, quelle che danno utilità pratica (la fisica, la chimica, le scienze naturali, la geografia) in contrapposizione alle scienze umane (filosofia, teologia, letteratura), considerate astrattamente moraleggianti e prive di effetti pratici. Infine nel Novecento il grande sviluppo della Scienza  e della Tecnologia rappresenta in sostanza una reazione alle varie correnti di pensiero astratto e specie alla psicanalisi, una ‘pseudo-scienza’ che rimane spesso irretita nei meandri della mente umana, tentando di sondarne gli impulsi più primitivi ed irrazionali.

Ma perché nella civiltà moderna si è sviluppato un così vivo interesse verso il pensiero positivo, tanto che non solo i libri su tale argomento si susseguono incessantemente con successi editoriali da best-seller, ma ad essi si affiancano anche frequenti conferenze e dibattiti tenuti da esperti in materia, che vengono lautamente compensati? La risposta è semplice: nella cosiddetta ‘società del benessere’ non vi è spazio per lo sconforto, la delusione, il pessimismo, la depressione. Queste condizioni esistenziali vengono solitamente ricondotte a stati patologici più o meno gravi, che si ritiene possano essere diagnosticati e curati con l’uso di correttivi adeguati, che si presume siano in grado di cambiare la prospettiva di vita radicalmente.

Tralasciando i casi più seri, che oggigiorno vengono trattati da psicanalisti con frequenza sempre più elevata, e riportando il discorso nel suo alveo più elementare, si può dire che attualmente le teorie sul pensiero positivo vengono sviluppate ed approfondite in due diversi ambiti: il primo, di matrice psicologica, è basato sulla capacità di condizionare la propria mente in modo da indurla ad operare con finalità utili e positive; il secondo, orientato più in senso fideistico-religioso, è maggiormente rivolto verso l’accettazione dell’esistente,  verso l’apertura alla condivisione e la solidarietà all’interno del gruppo di appartenenza. Di fatto va riconosciuto che non vi è situazione, per quanto difficile ed apparentemente priva di prospettive, che non contenga un qualche spiraglio che può permettere di rimotivarsi, e ritrovare le ragioni fondamentali di attaccamento alla vita.

Condividi su:

1 Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *